Sguardi affascinati oltre la ringhiera…

“Eccolo arriva!” “Com’è bello, com’è bello!” “È impressionante!” “L’altra volta c’erano meno vagoni, ma sta volta è proprio bello…” “Dovrebbero farlo passare più spesso” “Eh no, dopo ci si abitua e non ci si diverte più”. “È sempre bello il treno…” “Eh sì il treno è bello”.

Chissà perché pensando al treno come occasione figurativa, prima dei molti dipinti dedicati a questo tema fin dal suo debutto sulla scena dell’immaginario collettivo, mi vengono in mente i fotogrammi di alcuni film tra i più amati. La struggente immagine di apertura e chiusura di una pellicola indimenticabile come Tutto su mia madre di Pedro Almodóvar, le ricorrenze variopinte nei film di Wes Anderson o, più prosaicamente ma non meno affettivamente, la celebre scena con cui abbiamo aperto, in cui un Renato Pozzetto Ragazzo di Campagna si schiera con i vecchi del paese di Borgo tre case, frazione di Borgo dieci case, per non perdersi lo “spettacolo del venerdì”: il passaggio del treno che dalla Bassa padana porta a Milano.

Ed è partendo da quest’immagine, ironica e nostalgica insieme, che vien da chiedersi: è veramente sempre bello il treno?

Come spesso accade, l’arte ha registrato nei decenni mutamenti di sguardo di un’epoca verso uno dei protagonisti del proprio scenario e il treno compare come soggetto più o meno esplicito di un gran numero di dipinti, in particolare dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Venti del Novecento, dimostrando tutta la traiettoria possibile verso di esso: dalla diffidenza all’entusiasmo, passando per la timida partecipazione.

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