Sguardi affascinati oltre la ringhiera…

“Eccolo arriva!” “Com’è bello, com’è bello!” “È impressionante!” “L’altra volta c’erano meno vagoni, ma sta volta è proprio bello…” “Dovrebbero farlo passare più spesso” “Eh no, dopo ci si abitua e non ci si diverte più”. “È sempre bello il treno…” “Eh sì il treno è bello”.

Chissà perché pensando al treno come occasione figurativa, prima dei molti dipinti dedicati a questo tema fin dal suo debutto sulla scena dell’immaginario collettivo, mi vengono in mente i fotogrammi di alcuni film tra i più amati. La struggente immagine di apertura e chiusura di una pellicola indimenticabile come Tutto su mia madre di Pedro Almodóvar, le ricorrenze variopinte nei film di Wes Anderson o, più prosaicamente ma non meno affettivamente, la celebre scena con cui abbiamo aperto, in cui un Renato Pozzetto Ragazzo di Campagna si schiera con i vecchi del paese di Borgo tre case, frazione di Borgo dieci case, per non perdersi lo “spettacolo del venerdì”: il passaggio del treno che dalla Bassa padana porta a Milano.

Ed è partendo da quest’immagine, ironica e nostalgica insieme, che vien da chiedersi: è veramente sempre bello il treno?

Come spesso accade, l’arte ha registrato nei decenni mutamenti di sguardo di un’epoca verso uno dei protagonisti del proprio scenario e il treno compare come soggetto più o meno esplicito di un gran numero di dipinti, in particolare dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Venti del Novecento, dimostrando tutta la traiettoria possibile verso di esso: dalla diffidenza all’entusiasmo, passando per la timida partecipazione. Il treno viene inizialmente accolto come un elemento estraneo, sinistro, che arriva a deturpare uno scenario paesaggistico incontaminato con i propri binari, fumi, rumori… Del resto, si tratta di una diffidenza che va di pari passo con la coscienza – acquisita molto in fretta – di come il mezzo cambierà per sempre la vita degli uomini, le dinamiche del lavoro, la stessa percezione degli spazi, che si vanno riducendo insieme al tempo necessario per percorrerli. Il treno diventa immediatamente simbolo di progresso, di modernità, condividendo con essa la propria fortuna e sfortuna. È la storia che ritroviamo in queste immagini, scelte tra le tante possibili a rappresentare un avvicinamento al treno e ai suoi significati. Non è un caso, infatti, che le sette tele dedicate da Claude Monet alla stazione parigina di SaintLazare (1877), che segnano il suo trasferimento a Parigi, rispondano all’invito rivolto ai giovani pittori da Émile Zola, affinché si occupino della modernità. La risposta di Monet, dopo anni dedicati a ritrarre la campagna, è frutto di una sorta di mediazione. Il protagonista di questo quadro non è propriamente il treno, ma il fumo denso che esce dalla sua locomotiva, invadendo le ampie volte della stazione e rarefacendo l’atmosfera. È l’occasione per uno stemperamento delle linee che non poteva che piacere a un Monet alla ricerca dell’impercettibile vaporoso della rappresentazione e che, almeno in questi anni centrali, rende più sopportabile la vita di città, fatta di contorni netti e contrastanti. Nella versione qui riprodotta, il vapore sembra addirittura capace di tingere di violetta l’atmosfera di Parigi, regalandole un tocco floreale, un accento di amplitudine festante, sbocciata imprevedibilmente nel cuore dell’inverno. La pace è negli occhi di chi guarda, così come l’inquietudine, verrebbe da dire pensando a un’analoga fusione tra fumi atmosferici e artificiali, resa come più diversamente non si potrebbe nel celebre dipinto dal titolo prefuturista Pioggia, vapore e velocità (1844), realizzato oltre trent’anni prima dall’inglese William Turner.

Una generazione dopo Monet (1900), il norvegese Edvard Munch, sembra addirittura privarci della vista del treno: ne rintracciamo appena la sagoma, guidati dalla scia che s’innerva a batuffoli tra le frasche, seminata come molliche, destinate a essere mangiate dalle brume del Mare del Nord. Ancora una volta il treno sembra essere un espediente, un tramite usato per creare atmosfere. Certo le inquietudini del pittore dilagano sulla tela con una persuasività lontanissima dalla pittura lenticolare di Monet e, forse, il ritmo dato alla stessa disposizione degli elementi naturalistici e atmosferici risente di quello dettato dal treno in movimento, ma, almeno formalmente, resiste un pudore a considerare il mezzo come soggetto in sé, nella sua valenza ferrigna. Sembra persistere una volontà di addomesticarne gli effetti. Anche Van Gogh, del resto, in un bel disegno di un decennio prima (1888) o Pierre Bonnard, in una tela di un decennio dopo (1909), riducono il treno a poco più che una striscia persa nel paesaggio, dal quale risulta totalmente soverchiato. Ma il paravento, che ancora sembra poter allontanare dai nostri occhi l’incedere della modernità, ha le ore contate. A far saltare il tappo sarà, com’è noto, il Futurismo. Il treno non solo diventa degno di essere il vero e unico protagonista della tela, come nel bellissimo sferragliare che illumina e incendia la notte crepitante del dipinto notturno di Pippo Rizzo (1920), ma assume i connotati di una vera divinità pagana, con tanto di ascendenza mitologica, con Fortunato Depero (1924): “partorito dal sole” è l’appellativo che guadagna il treno nel suo dipinto turbinoso. Naturalmente, si potrebbe continuare con molte altre immagini di ciò che ruota intorno al mondo della ferrovia, primi fra tutti i suoi passeggeri, ritratti tra gli altri da Daumier, Induno, Hopper…

Ma forse è tempo di passare ad altre penne il filo del racconto.

Da parte nostra ritorniamo volentieri alla stazione di partenza, all’interrogativo da cui siamo partiti: “È sempre bello il treno?” È una domanda cui ci sentiamo impossibilitati a rispondere, non tanto, o non solo perché questo mezzo, più degli altri, si è fatto carico di assurgere a simbolo della modernità e del progresso, ma perché impossibilitati a disgiungerne l’immagine dalla più efficace metafora del viaggio, della scoperta, della partenza, dell’abbandono, del ritrovarsi e del lasciarsi.

Non ci resta che invidiare un po’ la semplicità della splendida figlia di Edouard Manet, ritratta dal padre di spalle ne Le chemin de fer (1872-73), rapita, come lo sarebbe ogni nostro nipotino, alla vista di un treno che, possiamo immaginare, sta passando oltre la ringhiera.

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