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Nag Arnoldi. Un’eredità che ci deve interrogare

La morte di un artista dal lungo corso chiama a sé due tipi d’interventi sui giornali.

Il primo, quello veramente necessario, è il cosiddetto coccodrillo, ossia un articolo in cui ripercorrere la vita e l’opera dello scomparso. Può essere più o meno obiettivo, più o meno puntuale ma, se corretto e completo come quello redatto ieri sul GdP da Dalmazio Ambrosioni, si avrà uno strumento utile e duraturo a cui attingere negli anni. Si tratta di quegli articoli, per intenderci, che si ritagliano e conservano nella monografia dell’artista, perché verranno certamente buoni.

Poi ci sono i commenti, le precisazioni, gli aneddoti, le spuntature, i corsivi… Quei pezzi estemporanei, che cercano di dare un’idea sintetica o puntuale sull’artista, frutto di una considerazione necessariamente personale e quindi passibile di fallimento.

Chiamato a redigere il secondo genere di articolo – e non sarei stato in grado di fare altrimenti – mi limiterò a un appello. Sarebbe straordinario se i mesi che abbiamo davanti venissero usati per interrogarsi con onestà sull’eredità che lascia l’artista scomparso, nel tentativo di inserirne il lavoro in uno sguardo ampio, di contesto, fatto di rapporti di dare e avere, eredità e paternità, centralità o provincialità. Dico questo perché credo sia necessario porsi la più semplice e cruda delle domande: “Per cosa verrà ricordato, tra 50 anni, Nag Arnoldi?”

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