La fortezza di un appoggio. Il Natale di Donatello

È una Madonna con il Bambino scolpita da Donatello (1386-1466), uno dei più celebri artisti del Rinascimento che, intorno al 1420, ha dato vita a un’opera tra le più copiate dai suoi contemporanei e ora nota e amata in tutto il mondo, ben oltre la Firenze che l’ha vista nascere e il Bode-Museum di Berlino in cui è conservata dal 1886.

Con la Madonna Pazzi – la nobile famiglia fiorentina da cui dovrebbe provenire – potremmo dire di aver giocato facile. D’altronde, a volte, occorre potersi appoggiare su immagini certe, su tradizioni consolidate, su valori acquisiti, almeno quanto basta per rilanciarsi in nuove sfide e interrogativi, per chiedersi ciò che rimane nell’arte di oggi, verificarne l’eccezionalità e stupirsi della sua tenuta.

Eppure, questa scultura ci insegna quanto sia utile andare oltre l’appagamento primo che un’opera d’arte celeberrima può darci, alla ricerca di ciò che ne innerva la grandezza, ne giustifica, a ben guardare, l’universale apprezzamento.

Non è una generica tenerezza quella che colpisce in quest’umano stringersi tra madre e figlio, nel suo centro narrativo, al cuore di quest’immagine, ossia in quell’appoggiarsi della fronte della Madre su quella del Figlio. Lo sfregarsi di nasi permette al profilo greco della Vergine di nascondere – inglobare, si direbbe – la tenerezza delle carni che arrotondano i lineamenti del Bimbo. Anche i precedenti iconografici normalmente citati per questo dettaglio, del resto, mostrano tutto il balzo in avanti di quest’opera. Basti il confronto con la Maestà di Massa Marittima di Ambrogio Lorenzetti (1335), dove – googlare per credere – l’avvicinamento dei volti è poco più che uno sfiorarsi, ben lontano dal senso di peso reale dei corpi, che restituisce questo incontro.

Zoomando, sono quelle labbra socchiuse a struggerci di domanda: cosa si staranno dicendo? Quali parole, quale respiro starà scaldando quell’abbraccio? Molti critici hanno messo in luce la tristezza del volto di Maria, presagio di quella “spada che le trafiggerà il petto”, nel dolore della Croce. Non sapremmo dire, certo pare che quest’incontro non sia solo quello tra due generazioni, tra due affetti, tra due destini, tra due compiti… Ci sembra che a incontrarsi siano due culture: quelle che, sulla scorta di Vasari, potremmo definire greca e latina. La Vergine, così ritratta, è come se si portasse dietro tutta la sua cultura ellenistica, la sua intangibile bellezza arcaica. Il Bambino scoppia di tutta l’umanità che la pittura italiana ha fatto esplodere da Giotto in avanti: dalle carni morbide, il piedino ritorto, fino alla mano che si accinge a strattonare. È il travalicare i confini del dettato bizantino quello che avviene in un’opera come questa, non a caso debitrice dell’iconografia orientale della Madonna della tenerezza. C’è un’umanità che deborda, nell’apparente algidità di questi lineamenti, dello stesso supporto marmoreo, della monocromia dell’immagine. E non si tratta solo di affezione, ma anche di ragione. Siamo alle prime battute del Rinascimento, come denuncia la prospettiva centrale, e la nicchia sfaccettata in cui è inserita la scena, che mette in comunicazione il mondo dei protagonisti e il nostro. Donatello dimostra qui un’immediata comprensione della prospettiva che, tradizionalmente, si ritiene inventata da Filippo Brunelleschi, nella stessa Firenze, solo pochi anni prima.

Si tratta di un’algidità spezzata dalla dolcezza e di una comunicazione tra piano immaginato e piano reale che, del resto, non vennero capiti dai molti imitatori: reinterpretando il modello, intrapresero la scorciatoia della policromia naturalistica e fecero saltare in toto l’inquadramento nella nicchia scorciata.

Escamotage di cui non avvertiamo il bisogno e non solo per l’indiscutibile superiorità del modello imitato. La delicatezza dell’incontro tra umanità e bellezza, tra carne e forma, tra nobiltà e popolarità di quest’opera permea la materia, la forma e il contenuto a tal punto da disegnare uno spazio per ciascuno di noi: un luogo certo in cui trovare il proprio posto. A tutti è dato, di fronte a quest’immagine, un luogo di riposo e di ripartenza, un luogo per mettersi in dialogo e ascoltare il silenzio, un’occasione per immedesimarsi nella parte dell’accudito o dell’accudente, un luogo in cui sentirsi in viaggio, perché a casa. In una parola, lo spazio dell’attesa.

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