La permanenza nell’assenza Sulla soglia di Zoran Mušič

“La pittura di Mušič sembra a volte fiorire in delicate corolle di colori tenui, di toni che si distendono e virano in toni apparentati per luce, per valore; a volte svaria sui bruni di ogni diversa intonazione; a volte stende veli rosa su una immagine di Venezia; a volte rischiara appena di nebbia cromatica l’ombra che abita l’interno delle cattedrali. È questo forse che ha fatto ragionar di “leggerezza”. Ma solo se riusciremo a intendere che si tratta sempre di essenze, e le essenze sono per loro natura “leggere”, che si tratta di profondi moti dello spirito, di larve della memoria, avremo qualche possibilità di avvicinarci ad una delle vicende più rigorose, più poetiche e più intimamente drammatiche dell’arte europea”. Non potremmo pensare a miglior viatico di questo, per entrare nella pittura del goriziano Anton Zoran Mušič (1909-2005), l’artista cui la Matasci Arte di Tenero dedica un’antologica (fino al 24 marzo). Sono le parole di un critico cruciale per la pittura del Novecento come Roberto Tassi, capaci di mimare, nel procedere stesso della stesura sintattica, l’essenza della pittura di Mušič, ma soprattutto di centrare il cuore della sua poetica. Delle sue tele, ieri come oggi, colpisce, infatti, la delicatezza delle forme, la ricercata evanescenza, se non trasparenza, che accomuna la maggior parte della sua produzione. Non solo, come sarebbe meteorologicamente giustificato, nelle sue Venezie, immerse nel pulviscolo del vapore acqueo, ma in molti dei paesaggi e delle stesse rare figure, colte in procinto di andarsene o, per meglio dire, imprigionate sulla soglia dell’esistenza stessa, decise nel non poter decidere se affermare o meno il proprio disporsi nella realtà, concedendosi per un momento, seppur fugace, ai nostri occhi. Ecco, Tassi ci dà la chiave interpretativa giusta per cogliere come quest’apparente evanescenza sia per Mušič l’unico modo possibile per rappresentare l’essenza dell’umanità, di arrivare al nocciolo dell’esistenza stessa per coglierne l’anima, trasfigurando la nostra immagine esteriore, varcando l’aspetto effimero della natura e degli animali, sublimando nell’elegia la forma degli oggetti. Si tratta di un’opera di sintesi drammatica cui Mušič approda nel tempo e pagata in prima persona con la sofferenza in un campo di concentramento: “Dopo nulla è stato come prima. Ho cambiato il mio modo di dipingere. Il mondo ha perso i suoi colori. Sono cadute le mie certezze. Dachau mi ha insegnato a non avere paura, a saper essere solo anche in mezzo a mille persone, a fuggire tutto ciò che è superficiale, futile, a guardare all’essenziale. Ho imparato allora che il silenzio è la ricchezza più grande che si possa desiderare”. Un silenzio necessario alla penetrazione, allo scardinamento del superficiale, che diviene protagonista stesso delle sue tele, necessario, potremmo dire, a convincere i soggetti dei suoi quadri a non fuggire del tutto alla nostra vista. Un silenzio pieno che, del resto, s’impone naturalmente a chi indugia davanti alla sua opera, purché alla ricerca di una risposta espressiva. Perché il rigore, la poesia e il dramma che Tassi riconosce all’opera di Mušič sono avvertenze per il visitatore, chiamato a fare i conti con un pittore che diceva di sentirsi più vicino a Bacon che a Bonnard e capace di declinarne il dramma nella delicatezza delle forme, nella dirompenza dell’essenza e nel silenzio del superfluo. Tre caratteristiche, del resto, che non solo appartengono al pittore, ma che sono facilmente intellegibili come cifra stilistica del collezionismo di Mario Matasci, che queste opere ha raccolto lungo una vita e che ora, grazie alla Fondazione, mette a disposizione della collettività e degli studiosi internazionali, che saranno chiamati a fare sempre di più i conti con questa raccolta. Non è un caso che, alla chiusura della mostra, un nucleo importante di questi dipinti prenderà il volo per Vienna, dove una grande monografica di Mušič, con oltre 160 opere, verrà allestita al prestigioso Museo Leopold, celebre per la sua raccolta di dipinti di Egon Schiele. Un inedito e interessantissimo accostamento, che conferma la caratura espressionista di questo pittore informale ma non astratto.

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