Il mar monstrorum di Piero 1/2Botta
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Una piccola mostra allo spazio CityART di Milano per un giovane pittore che mi aveva già stregato a Giorni Felici e che meriterebbe più attenzione. Mi sono divertito a curarla e a scrivere un pezzullo che ne spiega il senso. È una mostra in tre tempi e l’inizio è sulla strada. Le creature di Piero 1/2Botta si spiaggiano in un luogo singolare: un negozio che è in realtà una galleria, una galleria privata, che è in realtà uno spazio pubblico. Superato lo spaesamento solosnob, vien da chiedersi che città sarebbe Milano, se le sue periferie potessero contare su un luogo così ogni 10 isolati: su un leopardo di micro spazi ben curati e ben gestiti come questo, ordinati e puliti con amore e vissuti dal quartiere che dà loro aria e senso d’esistere. Arrivando da una traversa di viale Monza si entra in un cannocchiale prospettico che ha la galleria come punto di fuga e, avvicinandosi, si capisce immediatamente che la forza di questo spazio è la grande vetrina che le dà luce. Un rettangolo trasparente che mette a nudo gli spazi interni e la mostra che ospitano, un’impietosa e immediata radiografia che ha la forza di ributtare mostra e opere sulla strada.
2_Il grande mostro – Quegli occhi che tradiscono
3_Due mostri e alcuni figli di carta – Due altari pagani per un sogno della ragione
La parete che fronteggia il Grande Mostro presenta uno scenario più proprio all’ultima produzione di 1/2Botta. Le creature emergono finalmente con la loro vitalità e sfacciatagine. Le fauci si sono aperte, sguaiate, doloranti o clamanti che siano, la materia si è fatta gravida e colante, smaltata e grumosa insieme. Sulla lunga parete, la grande colonna rettangolare disegna due campate: a ciascuna il suo altare pagano, a ogni altare la sua pala, a ogni pala il suo mostro. Non è più tempo di candele, al calore penserà questo nuovo paliotto contemporaneo: niente più che un grande e solido termosifone bianco. Il più imponente e maschile dei due mostri trasuda sopra di esso tutta la sua materia repellente, si lancia un occhio alle spalle e sembra deciso ad andarsene per invadere la città. Incede claudicante verso l’uscita e, ruttando o vomitando che sia, espelle piccoli mostri dell’inconscio. Dalla parte opposta, al fondo della parete, l’altare femminile è occupato da una perlacea e grottesca figura: un passo da sciantosa, proteso su una gamba piccola e pretenziosa insieme, non si nega neanche a una mostressa. Gli esseri su carta di sua pertinenza, certo frutto di un parto, sono ancora lì, pingui ma affamati e protesi: nessun nido a proteggerli, solo urla e bestemmie di una fame atavica e primaria da sfamare. Il visitatore non si lasci ingannare: 1/2Botta non ha niente a che spartire con lo splatter dei fumetti. La vicinanza è solo apparente: nella bellezza materica delle sue opere si struttura tutta l’abilità di un artista che ha dimostrato di saper disegnare come Raffaello e che dal manga si è salvato grazie a una passione viscerale per l’arte antica, importante quanto le donne di De Kooning o le bocche di Bacon, nel percorrere la sua strada al raccontar di sé. Ci si chiederà chi siano questi mostri che animano l’immaginario dell’artista, cosa li abbia generati, quanto abbiano a che spartire con la sua sensibilità, il suo inconscio e le sue esperienze di vita vissuta. Sono risposte che stiamo cercando, che riemergono pian piano, nascoste tra le pieghe di mezze frasi semplici, lasciate cadere per distrazione da questo giovane e solare marchigiano, figlio di un macellaio… |




