Procaccini. La resa del perdono

“Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”. È assestati all’altezza vertiginosa di questa gratuità, di quest’accoglienza senza riserva, di fronte a quest’immagine ritrovata di perdono, che ci accingiamo a festeggiare la Pasqua. Una ricorrenza che si affaccia al nostro divenire con la pretesa smodata, benché non irrecusabile, di un Dio che si fa uomo fino alla morte e, sfacciataggine perfin peggiore, fino alla resurrezione. Comunque la si pensi, qualsiasi sia la fede o l’agnosticismo cui l’esperienza di ognuno è in grado di attingere, un quadro come questo è indubbio sia capace di smuoverci, fosse solo per un attimo, portandoci al cuore dell’avvenimento di gratuità, vittoria, e perdono che i cristiani di tutto il mondo stanno per celebrare.

È questa una raffigurazione squisitamente laica, non solo perché attinge a un affetto filiale universalmente comprensibile – e desiderabile – ma perché si esprime con una qualità formale e un’invenzione compositiva uniche. Difficile trovare, pur nell’usata frequentazione con le immagini della storia dell’arte, una raffigurazione della parabola del Figliol Prodigo (Lc15,11-32) all’altezza del celebre dipinto di Rembrandt all’Ermitage di San Pietroburgo. Eppure, sembra proprio di poter ora avanzare un candidato, eseguito circa cinquant’anni prima (1620 circa), dal pittore, bolognese di nascita ma lombardo d’adozione, Giulio Cesare Procaccini.

L’artista qui raffigura il fotogramma precedente alla resa incondizionata del figlio, che nel capolavoro di Rembrandt è colto proprio mentre abbandona il capo sul petto del padre, accettando di essere riaccolto. Nell’istantanea rappresa da Procaccini, il perno della scena si raggruma intorno alle labbra del padre che cercano trepide la fronte del figlio, tanto che il bacio descritto dall’evangelista sembra tramutarsi in un soffio con cui ridargli l’anima: “Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Votando tutto il suo corpo all’accoglienza, il padre travolge il figlio in un abbraccio, costringendolo a una torsione che ne mette alla prova la spina dorsale e dando vita a un moto circolare centripeto, destinato ad inglobare, a breve, anche il riottoso fratello, ritratto ancora indispettito, a bordo scena sulla destra.

Il grande augurio che ci fa questo quadro sta proprio nella furia d’amore del padre, cui non è quasi possibile sottrarsi e che sembra travolgere le ultime parole del prodigo rinsavito – “Non sono più degno di esser chiamato tuo figlio…”. Il padre non gli dà retta: con una mano ne tira a sé il capo e, con l’altra, stende il bordo impellicciato del suo mantello per coprirlo. Del resto, la nudità in primo piano non è solo uno sfoggio tardomanierista, ma è funzionale alla narrazione, preludio allo sconvolgimento in atto: “Trattami come uno dei tuoi garzoni – aveva proseguito il figlio – Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi”.

Giunti a questo punto, il figlio non avrà più niente da opporre al perdono del padre. Potrà solo godere di una gratuità che fa saltare le logiche della meritocrazia. Del resto, del Prodigo non ci serve sapere neanche il nome. Il suo essere figlio lo definisce a sufficienza, connotandolo a pieno come dipendenza e speranza.

Giulio Cesare Procaccini (Bologna 1574 – Milano 1625), Il ritorno del figliol prodigo, 1620 circa, olio su tela, cm 141,5 x 190,5, collezione privata.

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