Ma Gesù ha paura della nostra merda?

Ho visto Sul concetto del volto nel figlio di Dio di Romeo Castellucci. Il dramma che ha destato tante polemiche e che ieri sera ci ha regalato l’immagine di un Teatro Franco Parenti presidiato come un posto di blocco a Gerusalemme. Mi sono anche divertito con una semi-diretta via twitter: lo ammetto, fatta solo per stemperare l’inquietudine che provavo per il tema affrontato e il linguaggio usato. Ero molto nervoso. Mi ero ripromesso di parlarne bene, ma di non vederlo. All’ultimo ho ceduto e sono andato.

Lo spettacolo è bello ma non un capolavoro. Il tema è centrale: l’impossibilità per la mente dell’uomo di accettare la decadenza fisica, espressa attraverso il dramma, tanto naturale quanto insopportabile, di un padre malato che chiede al proprio figlio di diventargli padre.

È un tema esplosivo che non viene forse abbastanza sviluppato dal regista, che lo affida alla sola impressione visiva, rinunciando a dargli spessore attraverso la parola.

Nei primi 40 minuti, il tema è presentato in modo volutamente ossessivo e ripetitivo attraverso la metafora dell’incontinenza e, negli ultimi 5 minuti, il dramma si scontra con il vero protagonista: il volto di Cristo di Antonello da Messina che troneggia sul fondo fin dall’inizio.

Lo spettacolo è molto forte ma non ha nulla di blasfemo, le polemiche sono senz’altro ingiustificate ma non per quello che ha detto Castellucci, anzi forse proprio per l’opposto.

Questo spettacolo racconta un dramma dell’uomo e s’interroga su cosa c’entri Cristo con questo dramma. Non dà una risposta definitiva, ma squaderna bene l’elenco delle risposte possibili. Il motivo per cui non è blasfemo ma, anzi, profondamente religioso – probabilmente al dispetto delle stesse intenzioni del regista – è che tutte queste risposte nascono da un presupposto affatto scontato oggi: che Cristo c’entri con il dramma dell’uomo e sia il punto di riferimento con cui dover fare i conti, fosse anche solo per bestemmiarlo.

Giovanni Testori, rivolgendosi a Cristo diceva: “T’ho amato con pietà/ Con furia T’ho adorato./ T’ho violato, sconciato,/ bestemmiato./ Tutto puoi dire di me/ Tranne che T’ho evitato”.

In una delle immagini più belle dello spettacolo, il figlio stremato appoggia dolcemente il capo sulle enormi labbra di Cristo e sembra trovarvi riposo e conforto. Il volto di Cristo, stampato su un telo prima perfettamente teso, in seguito a quel appoggiarsi dell’uomo, comincia a fare qualche grinza, si compromette, quasi impercettibilmente, ma rimane come scalfito, sembra partecipare al dramma di quel figlio.

E quando il padre, nudo e impotente, sosta in silenzio di fronte a quel Volto, noi non lo vediamo in faccia e non sapremmo mai cosa stia pensando o pregando. Quello che è certo, è che anche lui non ha potuto evitare di farci i conti.

Nella (bellissima, artistica, performativa) scena finale il volto viene tormentato dal dietro da un passaggio umano, che sembra a tratti dargli vita, a tratti scuoterlo perché finalmente dica qualcosa. Infine, il Volto di Cristo viene coperto di un liquido nero e stracciato per far spazio alla scritta: Tu (non) sei il mio Pastore, dove il “non” si vede e non si vede, lasciando allo spettatore la libertà di prendere una decisione in merito. Lasciandolo libero di fare i conti col più “schifoso” dei drammi umani e con la più incredibile pretesa di Cristo: quella di c’entrare anche con quel dramma.

Di fronte alle polemiche suscitate e alle risposte scomposte e disinformate, Castellucci ha negato, scandalizzato, che qualcuno nel suo spettacolo lanciasse delle feci sul Volto di Cristo. Verissimo. Ma ha negato anche un rapporto tra le feci liquide del padre che alla fine dello spettacolo vengono simbolicamente sparse sul palco e il liquido nero che copre il Volto di Cristo. Il regista forse non poteva far altro, ma non è solo il video del 2010 a dimostrare la debolezza di questa difesa: l’analogia tra i due liquidi è evidente nello spettacolo.

Il regista non sapeva o non poteva dire la verità: chi si scandalizza di questa viscerale compromissione, chi non accetta che Cristo possa c’entrare con la merda, esclude la possibilità che Cristo possa abbracciare tutto dell’uomo, ed esclude il bisogno dell’uomo di chiedere a Dio una risposta a tutti i propri drammi, anche a quelli più disperati. Le feci, lo si capisce bene dallo spettacolo, sono solo il simbolo dell’infinita debolezza dell’uomo e mi chiedo come si faccia a pensare che Cristo non dovrebbe assumere su di sé quest’infinita debolezza. Se ci fosse una parte dell’uomo che il Figlio di Dio non è pronto ad assumersi, mi chiedo perché e per chi sarebbe dovuto nascere, morire e risorgere.

Un cristiano che non accetta, con ciò che di turbante e sconvolgente comporta, questo totale coinvolgimento di Cristo col dramma umano, riduce Cristo ad un’immaginetta.

I militanti reazionari della destra cattolica non solo non hanno nulla di cui protestare, ma dovrebbero ridere sotto i baffi, vedendo che una rappresentazione della carnalità di Cristo viene difesa anche dagli atei tromboni veteromarxisti…

3 Comments

  1. @beaattrice

    Purtroppo non ho ancora visto lo spettacolo. In genere trovo interessanti le produzioni di Castellucci e dei Raffaello Sanzio. E suscitano sempre forti reazioni. Questa volta ammetto di essere un po’ prevenuta e dopo aver letto il tuo post credo che rinuncerò volentieri alla “visione”. Il tuo puntuale racconto e la tua preziosa analisi, che credo di condividere, mi fanno dire: non sopporto che il capolavoro del maestro Antonello da Messina sia imbrattato di merda per così poco!

  2. mary

    conosco la situazione, dentro la mia c’è la madre che diventa figlia. sul fondo, il volto del Tributo che distoglie lo sguardo, ma rimane fermo e costringe a cercare fuori dalla diade o a riconoscerLo proprio in chi ho di fronte o nei suoi piedi.

    • dallombra.it

      Grazie mille. dd

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