Abbarbicarsi alla vita. Gerhard Richter

La realtà della pittura, ieri come oggi, arriva a consolare la nostra incapacità di comprensione, o anche solo di avvicinamento, al miracolo della Nascita e di ogni nascita. Quella che abbiamo di fronte è una maternità con la “m” minuscola: niente più che un neonato abbarbicato alla madre, che si lascia avvolgere dal suo calore, proteggere dalla sua premura, abbandonare nel suo abbraccio. Non occorre aggiungere nulla perché questo dipinto ci preceda nel puntare il dito al cuore del Natale. Raccontando la nascita di un figlio qualunque, ci introduce nell’umanità dell’incredibile vicenda di un Dio fatto bambino. Se è vero, infatti, che non c’è chiave d’accesso al divino che non passi dall’umano, la comprensione o, forse solo, contemplazione di Colui che non disdegnò di assumere la veste mortale dovrà passare necessariamente dalla considerazione del fatto primo: il miracolo di ogni nascita.

Come il primo istante

Mi raccontava un caro amico del momento vissuto pochi giorni fa in sala parto, nei brevi istanti dopo la nascita della sua prima figlia. Dopo il taglio del cordone, al padre è chiesto un passo indietro e il nuovo nato è posto sulla pancia della madre. È il momento intimo, indimenticabile e assolutamente esclusivo riservato a colei che lo ha tenuto in grembo per 9 mesi. Nulla sapremo mai dei pensieri di quegli istanti infiniti, di quel riconoscimento profondo e viscerale… E nulla faremo per profanarlo con l’immaginazione. Ma il racconto prosegue. Poco dopo, la piccola, incredibilmente, comincia a cercare il seno della madre, per nutrirsi. «Nessuno gliel’ha insegnato!», racconta il padre commosso e incredulo. Ma quella creatura di pochi minuti sa esattamente cosa fare: spinta da un bisogno è già in grado di prendere l’iniziativa. Nella scena raffigurata in questo quadro, quell’aggrapparsi con la bocca alla spalla della madre è un gesto della stessa natura, che evoca quei primi istanti in modo sorprendente.

Il dipinto

Questo quadro appartiene a una serie di otto piccole tele in cui l’artista tedesco Gerhard Richter, classe 1932, il pittore vivente più quotato al mondo, ritrae la sua terza moglie, Sabine Moritz, che stringe il figlio appena nato, Moritz (1995). Appartiene alla serie di ritratti che Richter esegue con la tecnica della foto-pittura, ossia di un classico dipinto ad olio su tela ma che traduce quasi fedelmente un’immagine fotografica. In quel quasi c’è naturalmente tutta la grandezza dell’artista che, grazie ad una leggera sfocatura e all’intervento sulla superficie ancora fresca con la spatola che “graffia” il colore, ottiene un effetto di distanza dalla cruda rappresentazione, utile a trasfigurare l’immagine, che non rappresenta così solo Sabine e Moritz, ma diventa icona di una madre con il suo bambino.

Le reticenze di Richter

Il dipinto s’inserisce in una produzione ampia e variegata che ha fatto di Richter uno degli artisti fondamentali per la storia della pittura del secondo Novecento, in una parabola che non si è ancora conclusa. Rimarremmo delusi se andassimo in cerca di altri pensieri dell’artista sulla nascita che è stato in grado di rappresentare in modo così sorprendente. «Non ho niente da dire e lo sto dicendo». Si può, infatti, riassumere in questo paradosso tutta la poetica artistica di Richter. La frase di John Cage è più volte citata dall’artista – che ha dedicato al compositore uno dei suoi cicli pittorici più importanti – ed è posta a monito verso la critica, impossibilitata a ingabbiare la sua opera in uno schema definito. Richter, sollecitato a parlare dei propri quadri e della sua idea di pittura, è sfuggente, a volte contraddittorio, sempre preoccupato di non essere etichettato, chiuso in una corrente, omologato a una tendenza, qualunque essa sia.

E le sue “contraddizioni”

È così che, pur sentendosi più a suo agio come pittore astratto, ha costellato i suoi cinquant’anni di pittura con strepitosi quadri (iper)figurativi come questo e, pur essendo l’artefice di una difesa della modernità della pittura, in decenni in cui veniva considerata superata, non disdegna di realizzare opere concettuali: grandi installazioni di vetro e metallo. Se da una parte s’interroga sul colore puro, realizzando cicli pittorici di tele, occupate unicamente da quadrati colorati, disposti regolarmente come in un campionario, dall’altra si considera un pittore informale, legato alla gestualità. Lo stesso processo usato nelle tele che partono dall’elaborazione più o meno letterale di una fotografia, viene giustificato dalla necessità di non cadere in schemi compositivi classici della pittura, non soggiacere ad un rapporto di sudditanza dalla tradizione o da “problematiche note – di tipo artistico, sociale o estetico”.

La trasfigurazione del quotidiano

Richter è un artista che trae linfa creativa dalla lotta contro le definizioni della sua opera: «Ho tentato di trovare solo temi non attaccabili; da qui la scelta di soggetti banali; ma anche in questi casi mi sono sforzato di evitare che la banalità diventasse un problema e il mio marchio di fabbrica. Quindi è tutto una sorta di fuga, in un certo senso». Ed è così che tra i suoi soggetti trovano spazio quadri intimi e personali come questo, affianco a temi drammatici della nostra storia, dal Nazismo ai fatti di cronaca che hanno sconvolto l’opinione pubblica, come il terrorismo e l’11 settembre. Anche la sua stessa irregolarità non può essere assunta a schema: la prima etichetta a saltare è proprio quella del genio ribelle, perché non esiste artista più metodico, ordinato e organizzato di Richter, che cataloga da sempre la sua opera e le foto che l’hanno generata, con rigore assoluto e, spesso, traspone in essa processi logico-geometrici ferrei. Come accadeva con Andy Warhol, l’artista “anguilla” non ci accompagna alla scoperta della profondità esistenziale della sua opera. Mentre tesse l’elogio della superficie, lascia libero ognuno di noi di intraprendere il proprio viaggio, di rapirne le creature, per farci raccontare chi siamo e cosa ci sta accadendo, magari per scoprire qualcosa in più del miracolo di una Nascita, nel miracolo di ogni nascita.

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