L’imprudenza di una carezza

L’imprudenza di una carezza

In questi giorni vissuti, da ognuno di noi, in circostanze in cui tutto ciò che ci accade sembra destinato ad entrare di diritto nella storia, un passaggio avrà certamente più chance di ogni altro di trapuntare l’immaginario che lasceremo in dote alle generazioni a venire. Ad offrircelo è stato il magistero di Papa Francesco, declinatosi nell’Indulgenza plenaria dello scorso 27 marzo, quando gli occhi di milioni di credenti, e non, sono stati calamitati da ogni parte del mondo su una Piazza San Pietro straripante di vuoto, incagliata come un’astronave linda e intangibile, nell’imbrunire di una sera blu cobalto, levigata dalla pioggia battente. Una scenografia e sceneggiatura attenta e curata, quanto scarna fino a lambire il cuore della ferita che ci attraversa. Dalla salita solitaria del pontefice, al suono della sirena di un’autoambulanza non lontana – intenta a mendicare speranza dalla benedizione di quell’ostensorio aureo – passando per quelle parole rade e lapidee, la nostra memoria tratterà alcune di queste pietre di certezza e conforto. Saranno particolari, forse diversi per ognuno, di un ricordo ineliminabile, come accade ai gesti d’amore solenni e intimi allo stesso tempo, grevi e leggeri come l’ultima carezza che nostra nonna ci ha dato morendoci tra le braccia, in un momento molto diverso da questo, quando non si poteva nemmeno immaginare che si trattasse di un privilegio.

Tra questi cocci traslucidi e preziosi di memoria, l’immagine con cui scegliamo di augurarvi una Buona Pasqua è il dettaglio del costato di Cristo, così come l’ha scolpito l’anonimo autore del crocifisso trecentesco di San Marcello al Corso, assoluto protagonista di questa Settimana. Un’opera di cui abbiamo imparato la storia, il suo essere stato miracoloso almeno in due occasioni, quando sopravvisse intatto alla distruzione della chiesa romana in cui è conservato, nel 1519, e, tre anni dopo, quando sedò la peste a Roma, dopo essere stato portato in processione per giorni. Traslato in San Pietro ogni Anno Santo dal 1650, San Giovanni Paolo II lo aveva accanto nella sua “Giornata del Perdono” del Giubileo del 2000.

Ma se scegliamo questo dettaglio – così come è apparso a coloro che hanno assistito all’evento – e non il totale dell’opera, è perché il culmine è stato scorgere la pioggia battere sul costato, e l’acqua porsi fianco a fianco al sangue sgorgante dalla ferita. Una partecipazione del Cielo ai tormenti della Terra, che ci ha fatto sentire, almeno per un momento, meno soli. È stato quello il tuono deflagrato nel nostro immaginario, scaraventato nella nostra affezione mortale. È un’immagine che – esattamente come queste settimane assurde – più che darci risposte, ci inchioda alle nostre domande, grazie, è doveroso dirlo, al gesto inconsulto di un’esposizione scellerata dell’opera alle intemperie. Tra quelle domande, ci saranno, del resto, quelle concernenti il senso stesso dell’arte, in mesi come questi, in cui anche la fruizione diretta ci è negata. A cosa serve un’opera d’arte? È capace di essere all’altezza della drammaticità di questi giorni? E qual è, in particolare, la funzione dell’arte sacra oggi? Fino a che punto le esigenze conservative hanno il diritto di dire l’ultima parola sull’uso di un’opera, che, del resto, correndo questi rischi di compromissione, ha mantenuto la sua ragion d’essere, miracolo, dopo miracolo? Certamente avremmo preferito non accadesse, ma quella sera, mentre si andavano ad infrangere ben altri argini, sembra proprio che quell’imprudenza sia stata accolta e perdonata di senso. Del resto, sedando ogni polemica, i solerti restauratori vaticani hanno restaurato e “rimesso a nuovo” il Crocifisso in pochi giorni, come si è potuto constatare fin dalla Domenica delle Palme. Oseremmo dire che per rendere ragione fino in fondo della sua esistenza e funzione, ci auguriamo quasi che, sulla fragile patina lignea, qualche segno sia rimasto, a testimonianza indelebile di quella serata e di questo momento storico: segni destinati a diventare cari al popolo, come spesso è accaduto nella storia dell’arte.

Dal fianco squarciato uscirono sangue e acqua. Se la ferita lì accanto ha accolto l’incredulità di Tommaso, quest’imprevista intrusione del cielo non sarà stata la carezza di Colui che, in questa Pasqua, diversa da ogni altra, ha la pretesa di venire incontro anche alla nostra, di incredulità?

 

davide@dallombra.it

Didascalia: Immagine video di un dettaglio del Crocifisso di San Marcello al Corso (1370-1379 circa, legno policromo, conservato a Roma nell’omonima chiesa) esposto in Piazza San Pietro il 27 marzo 2020.

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