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Un perdersi felice. Albrecht Dürer

Non so cosa darei per guardare gli occhi di papa Francesco di fronte a questa Adorazione dei magie, subito dopo, interrogarne il pensiero. Sì, perché è indubbio che l’immagine che abbiamo di fronte sembri essere la più lontana possibile dalla sensibilità umile e domestica con cui il pontefice ci accompagna ogni giorno al Mistero dell’umanità di Cristo. Un’opera come questa non traduce il miracolo dell’incarnazione puntando sullo stupore per la natura umana assunta da Dio. Ma è altrettanto indubbio che la bellezza prorompente e scintillante di questo dipinto sia capace di generare uno stupore crescente nell’osservatore, che ne viene quasi risucchiato e portato a perdersi, felice, centimetro dopo centimetro, tra i suoi ori, le sue linee, i suoi colori. Dovremmo tradire una parte di noi stessi per negare il fascino e lo stupore di gioia che ci prende di fronte a questa grande e scintillante tavola, dipinta da Albrecht Dürer, il più celebre pittore del Rinascimento tedesco, nel 1504. Benché ci siano magari Natività o Adorazioni più inclini a un gusto “realista”, raffigurate con uno stile di più semplice e ruvida intimità, più dure, magari, ma più accostanti, di fronte a questo dipinto dagli infiniti dettagli di perfezione, abbiamo la possibilità di lasciarci guidare da un coro di bellezza, capace di toccare altre corde altrettanto vere della nostra sensibilità. Del resto, da cinque secoli, la raffinatezza sorprendente di cui è intessuta quest’opera non solletica un ristretto circolo d’intellettuali avvezzi a chissà quali alchimie, ma fa sgranare gli occhi a qualsiasi fortunato spettatore della sua bellezza.

Il colore dei catini

Non so cosa penserebbe il Papa, insomma, ma sono certo che questo quadro farebbe entusiasmare ciascuno dei senzatetto con cui ha diviso la colazione dei suoi Ottant’anni. Si tratta di una bellezza che esalta la nostra umanità proprio mentre la trapunta d’inarrivabile divinità. Qual è, infatti, la prima cosa che ci sorprende? Il colore. Non è un caso che Dürer dipinga questo quadro a Norimberga, dopo un primo viaggio in Italia e in procinto di compierne un altro che lo porterà a risiedere a Venezia per oltre un anno. Venezia, in pittura, è la città del colore. Realizzato, secondo la tradizione, per il principe di Sassonia Federico III, detto il Savio, e destinato alla sua Cappella Palatina di Wittenberg, questo dipinto è stato esaltato dalla critica come perfetta fusione tra la precisione disegnativa della cultura tedesca – che Dürer aveva appreso dalla tradizione di Martin Schongauer e messo a frutto nelle sue incisioni famose in tutta Europa – e la tavolozza cromatica della Laguna, in cui non vedeva l’ora di ritornare.

Ho capito l’importanza universale, e imperitura, del colore ieri mattina. In una telefonata prenatalizia, una persona carissima, che mi ha accudito da bambino, mi raccontava delle sue traversie alla vista, fatte di cataratte, diverse operazioni e il persistere di dolori fastidiosissimi a ogni mutare del tempo, con l’insopportabile sensazione di avere della sabbia negli occhi. A un certo punto di questa descrizione pietosa, tuttavia, dall’altra parte del telefono, la voce si è impennata: «Però, Davide, tu non puoi immaginare: ora vedo bene, vedo i colori! Ti farà ridere, ma quando vado al supermercato, mi fermo al reparto dei fiori finti o dei catini di plastica, e mi rimiro i colori! Sono bellissimi». Non occorre essere degli storici dell’arte per capire quanto il colore sia una bellezza che vale un sacrificio, che fa dimenticare una sofferenza che persiste. Ecco, questo dipinto ci parla di una bellezza così, allo stato puro della vertigine.

Perdersi tra le pieghe

Non ci resta quindi che cogliere l’occasione offertaci dal Museo Diocesano di Milano che, per festeggiare i suoi 15 anni e la fusione con l’attiguo Museo di Sant’Eustorgio, ci avvicina (fino al 5 febbraio) il dipinto degli Uffizi, per cedere al nostro viaggio nello stupore per la bellezza del creato, esaltato dal prorompere del divino. In fondo, non c’è un punto più degno di un altro da cui partire: potrebbe essere quel cielo azzurro come in ogni storia che finisce bene, di un colore terso, adatto a definire con precisione i tetti e le chiome della città-fortezza arroccata sul monte a destra, memore dei bellissimi disegni presi dal vero in Trentino nel suo primo viaggio italiano e precursore degli ancor più belli che eseguirà nel secondo. Seguendo il pendio della città, quasi a celare lo scorcio di mare in cui il cielo è andato a concludersi, s’incontrerà la prima coppia di archi, funzionali a creare la profondità del quadro, reiterati, uno dopo l’altro da destra a sinistra, fino a raccordarsi in primissimo piano, con una mola fuori contesto, divenuta una sorta di pouf della Vergine, ingentilito da un ore, due bellissime farfalle e un coleottero, ritratti con una precisione naturalistica che li ha fatti identificare con precisione in due cavolaie e un oziorinco. Ma non arresteranno il nostro occhio che per poco tempo le considerazioni sulle specie e le simbologie cristologiche di questi animali, come del cervo volante in basso a destra, o sull’accostamento di strutture lignee, simbolo della cultura ebraica, e murali, immagine della cultura classica, entrambe in rovina. Di queste architetture osserveremo piuttosto la splendida fattura, atta a intelaiare dettagli strepitosi come il mansueto bue e l’irriverente asino, descritti, pelo dopo pelo, dietro alla Vergine. Proseguiremo osservando i protagonisti del dipinto, colti piccoli sul fondo mentre procedono nel cammino – con tanto di citazione letterale del cavallo che s’impenna tratto dall’Adorazione dei magi di Leonardo agli Uffizi – e posti a occupare il palcoscenico con sontuosi abiti del tempo. I Magi prorompono sulla scena con una grandiosità e libertà nello spazio, all’italiana appunto, nuova per la Germania, in un trionfo di broccati, velluti, piume ed ermellini, ma soprattutto di raffinate oreficerie, frutto della consuetudine con la bottega orafa di famiglia in cui aveva mosso i primi passi il pittore. È un mondo incredibile quello che ruota intorno al brano del Bambino curioso che cerca di aprire lo scrigno del Magio più anziano.

Un manifesto di desiderio

In questo quadro Dürer, che si ritrae al centro nel re mago dai folti capelli biondi che fa da perno all’intero dipinto, spreme tutta la sua conoscenza e il suo desiderio di scoperta allo scoccare dei 33 anni, realizzando una sorta di manifesto programmatico. Dipinto un anno prima della partenza per il suo secondo viaggio in Italia, vi troviamo il desiderio di apprendere a pieno i segreti della prospettiva, più in là di quanto suggerisca quella empirica di questi archi o la scelta sapiente di segnalare le scene in secondo piano sulla destra con una tonalità meno accesa di quelle in primo piano. Di lì a poco Dürer vorrà indagare i segreti delle proporzioni umane, qui celate dagli ampi mantelli, andandole a ricercare dal vero, nel tentativo di superare, o aggiornare, il canone vitruviano. Ma questo è, soprattutto, il quadro di una nostalgia cromatica, del desiderio di rituffarsi al più presto nel colore, in un ritorno in Laguna, dove far apprezzare il suo valore di pittore, almeno quanto lo era già quello di straordinario incisore. La storia dell’arte forse sarebbe stata diversa se Dürer, di lì a poco, avesse accettato la proposta del Doge di diventare pittore della Serenissima, negli ultimi anni di vita di Giovanni Bellini, nel pieno della breve ma determinante parabola di Giorgione e all’inizio della lunga e incontra- stabile carriera di Tiziano… Ma questa volta la realtà è già abbastanza ricca da non richiedere altre immaginazioni: ritorniamo al dipinto, a quest’immagine sontuosa di piccolezza e regali- tà di Cristo posta davanti ai nostri occhi.

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